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A proposito della trasmissione di Presa Diretta “Io ci credo”  (RAI 3, 24 febbraio 2018)

COMUNICATI

I Comunicati Stampa del Centro Studi LIREC

A proposito della trasmissione di Presa Diretta “Io ci credo” (RAI 3, 24 febbraio 2018)

Raffaella Di Marzio

Di Raffaella Di Marzio

Il 24 febbraio 2018 su RAI 3 è andata in onda la trasmissione Presa Diretta di Riccardo Iacona “Io ci credo”, nel corso della quale la giornalista Raffaella Pusceddu ha realizzato un’inchiesta su quelli che sono stati definiti “movimenti spirituali” o “vere e proprie sette” secondo l’accezione giornalistica che vede nelle sette dei gruppi criminali pericolosi per l’individuo e la società.

In realtà la trasmissione non ha fatto alcuna distinzione tra il primo e secondo gruppo poichè le testimonianze degli ex membri erano molto simili tra loro, nonostante le persone fossero state affiliate a gruppi diversi come la Federazione Damanhur, la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova, la Chiesa di Scientology e  l’Associazione Arkeon.

Confusione, propaganda, generalizzazione e criminalizzazione sono i pilastri su cui è stata progettata e costruita la trasmissione.


Confusione e propaganda

Il primo aspetto evidente nell’impostazione della trasmissione è la confusione ingenerata dal voler trovare a tutti i costi un elemento comune a movimenti così diversi indentificandolo, per scelta oculata, negli effetti negativi lamentati da tutti gli  ex membri intervistati. Si tratta senza dubbio di una confusione voluta per manipolare il telespettatore e indurlo a indignarsi contro le sette, il “bersaglio” per antonomasia, come direbbe H.S. Becker (1), perché gruppi minoritari, diversi e “devianti” rispetto alle religioni che invece sarebbero “normali”, quelle maggioritarie, che non farebbero male a nessuno. La teoria di Becker sull’ “etichettamento” si applica bene a questo caso anche perchè egli non si è limitato a osservare gli “stigmatizzati”, ma ha studiato anche il ruolo degli “stigmatizzatori”, cioè coloro a cui è deputata l'applicazione della norma: poliziotti, giudici o assistenti sociali, ma anche gli "imprenditori morali", ossia coloro per i quali, “con un fulminante jeux de mots, ‘il lavoro non è una preoccupazione ma la preoccupazione è un lavoro’ ”.

Perché la confusione avesse l’effetto desiderato era necessario omettere delle informazioni importanti. Che cosa ha omesso intenzionalmente chi ha pensato questa trasmissione? Di intervistare ex membri della chiesa cattolica, o di qualche movimento riconosciuto al suo interno, come il movimento neocatecumenale, ex musulmani, ortodossi, protestanti, ebrei ecc., oppure genitori scontenti di suore cattoliche o di giovani che sono diventati missionari di qualche congregazione cattolica. Nel “disegno” di questa trasmissione il fine non era quello di mostrare le conseguenze negative dell’affiliazione religiosa o spirituale, un tema importante e studiato da accademici di diverse branche del sapere, da molto tempo, che varrebbe certamente la pena affrontare, se il fine di Presa Diretta fosse stato culturale. Poiché invece tutta la trasmissione era finalizzata a fare propaganda, cioè partire da una tesi mostrando ai telespettatori solo ciò che la conferma, cultura e conoscenza sono state bandite e condannate a morte fin dall’inizio.

Gli ex membri

Tornando a riflettere sul complesso fenomeno della disaffiliazione dai Nuovi Movimenti Religiosi, che Pusceddu e i suoi consulenti chiamano sette, è il caso di sottolineare come lo studio di questo fenomeno interessa da decenni sociologi, psicologi, antropologi, teologi che, attraverso ricerche sul campo, hanno accumulato una serie di dati per arrivare a formulare ipotesi attendibili, a differenza di chi non ha mai osservato dall’interno una comunità spirituale con l’intento (sincero) di conoscerla e acquisire dati utili alla ricerca scientifica. Nella ricerca spesso ci si trova di fronte a fenomeni per i quali la raccolta dei dati è particolarmente difficile, ci sono dati importanti che, se vengono sistematicamente trascurati, invalidano i risultati della ricerca.  

Chi ha fornito i dati sul fenomeno “sette” a Pusceddu non sa o non vuole far sapere che molti fuoriusciti non lamentano alcun danno dovuto alla loro passata affiliazione. Chi scrive, come molti altri studiosi, ne ha conosciuti e intervistati alcuni, rimasti anche in buoni rapporti con il movimento che hanno lasciato: ex membri della Soka Gakkai, di Damanhur, degli Hare Krishna e dei Testimoni di Geova.

Perchè nessuno si occupa di cercare e intervistare questi fuoriusciti non ostili al gruppo che hanno lasciato? Innanzitutto perchè queste persone non fanno a gara per farsi intervistare, non vogliono esporsi perchè non hanno alcun interesse a farlo. Ritengono la loro affiliazione, e quella parte della loro vita, concluse. Il secondo motivo per cui nessuno si occupa dei fuoriusciti non ostili è che riconoscere la loro esistenza equivarrebbe a smantellare un teorema malfermo che però è utile a qualcuno e, in questo caso specifico, è il pilastro della propaganda antisettaria: le sette danneggiano e abusano dei loro membri e le leggi esistenti non bastano ad arginare un fenomeno che sarebbe dilagante. La verità è che, anche se tutte le testimonianze negative fossero vere, esse non rappresentano l’enorme e vasto panorama di esperienze legate alla disaffiliazione.

Non si può, dunque, generalizzare per criminalizzare, ma certamente si deve prestare ascolto e dare assistenza a coloro che hanno sofferto in diversi modi a causa della loro adesione a un gruppo nel quale si sono verificati abusi, in cui le persone sono state usate e sfruttate.

Le disaffiliazioni difficili

Come Centro Studi non intendiamo affatto minimizzare le esperienze negative e le responsabilità di leader e persone senza scrupoli animate da interessi personali. Per questo motivo prendiamo nettamente le distanze dalle affermazioni di un professore intervistato dalla Pusceddu nel corso di un convegno che ha, con fare sprezzante, ridicolizzato e ironizzato sulle sofferenze degli ex membri cui alludeva la giornalista nella sua domanda. Riteniamo, infatti, che negare l’esistenza di questi casi sia un errore e che le persone, tutte, membri ed ex membri, abbiano diritto a essere rispettate. Anche se personalmente, in base ai miei studi, posso affermare che gli ex membri ostili, in guerra con i movimenti che hanno lasciato sono una piccola minoranza, e ancora meno sono quelli che si fanno intervistare in televisione, non intendo generalizzare in senso contrario e negare l’esistenza di comportamenti discutibili o di veri e propri abusi che possono verificarsi, nei movimenti di cui si è parlato, o in altri o in qualsiasi gruppo sociale.

Nella trasmissione sono stati criminalizzati interi movimenti e associazioni perché al loro interno qualcuno ha commesso dei reati. Anche in questo caso il target è il gruppo che ha lo status di minoranza, altrimenti non si spiega perché se un sacerdote viene condannato per pedofilia nessuno dice che la Chiesa cattolica è una setta pedofila, mentre se lo stesso reato viene commesso da un membro o leader di una “setta”, il fatto viene reinterpretato evitando di separare la responsabilità di uno da quella dell’intero gruppo. Le conseguenze di questa criminalizzazione sono gravi perchè vanno a colpire le libertà fondamentali sancite dalla costituzione, come la libertà di associazione, di espressione, di opinione, di credo e coscienza.

Libertà e coercizione

Proprio di libertà di scelta si è parlato a lungo nella trasmissione, solo che l’accento è stato posto esclusivamente sulla presunta coartazione della libertà che l’adepto subirebbe in seguito alla “manipolazione mentale” perpetrata nella setta. Pusceddu e Iacona non hanno ricevuto dai loro consulenti alcuna informazione sul fatto che il concetto di “lavaggio del cervello” praticato dalle sette è stato screditato in ambito scientifico ormai da molti decenni e che in proposito si è pronunciata anche l’APA (American Psychological Association) nel 1987 quando esponenti del mondo antisette americano avevano cercato di far passare questo concetto nelle aule di tribunale. I consulenti della trasmissione non hanno informato i giornalisti del fatto che il “lavaggio del cervello” è una metafora inventata da un giornalista negli anni 1950 e che quelli che (CIA compresa) credevano si potesse condizionare mentalmente qualcuno, dopo inutili esperimenti si sono dovuti arrendere all’idea che, sì, le persone sono libere di scegliere e che non è possibile “cambiare la mente” di qualcuno e fargli fare quello che non vuole fare, a meno che non si usino tecniche di tortura sofisticate che ottengono l’effetto, ma solo fino a quando dura la tortura.

Il fenomeno della conversione religiosa è molto più complesso di quello che emerge dalla trasmissione. Negli studi più recenti, nell’ambito della psicologia della religione, la conversione viene interpretata secondo due modelli opposti: Il modello, “estrinseco”, che considera il convertito come “passivo”, e quello, “intrinseco”, che enfatizza la figura del religious seeker, fondamentalmente attivo. Le diverse formulazioni della teoria del “lavaggio del cervello”, e, in generale, del “modello interpretativo estrinseco” o “coercitivo”, sono state considerate, dalla stragrande maggioranza degli studiosi di Nuovi Movimenti Religiosi, e da importanti Associazioni Professionali, come prive di fondamento empirico, quindi non scientifiche.

Nessuno nega l’esistenza di forme d’influenza indebita o persuasione coercitiva all’interno di alcuni movimenti, che possono spiegare un numero limitato di casi (difficilmente quantificabili) di conversione. Queste conversioni sono dovute, in una certa misura, a forme di influenza psicologica esercitata dai leader, il cui esito, tuttavia, dipende da diversi fattori, poiché non si tratta di un processo “automatico” né necessariamente irreversibile. Questo tipo particolare di conversioni, inoltre, non si rintraccia solo nei Nuovi Movimenti Religiosi o sette e, quindi, non si comprende come possa fungere da modello specifico di comprensione per l’affiliazione a questa particolare tipologia di movimenti. I risultati delle ricerche, anche sui movimenti più controversi, non confermano il modello estrinseco, poiché le caratteristiche psicologiche del convertito, verificate con strumenti d’indagine quantitativi e qualitativi, sono quelle proprie di un individuo attivo (in diversa misura), variamente libero e responsabile, in interazione con una proposta religiosa più o meno autoritaria e persuasiva.

La scienza censurata

Se fossero stati interpellati esperti della Società Italiana di Psicologia della Religione (SIPR), del Centro Studi sulle Nuove Religioni (CESNUR) o del nostro Centro Studi LIREC, questo elemento sarebbe emerso con chiarezza, supportato dalle ricerche di molti sociologi della religione e psicologi della religione, tutti, in successione, Direttori del Dipartimento di Psicologia della Religione dell’APA (American Psycological Association) (2), la più importante associazione professionale di psicologi del mondo.

Omettere queste informazioni è un fatto molto grave perchè, in questo caso specifico, si vuole convincere il telespettatore della necessità di reintrodurre nel nostro codice penale il reato di plagio, con il nome di “manipolazione mentale”. La RAI, in questo modo, si è prestata a sostenere una propaganda liberticida fondata su una tesi inesistente, screditata dal mondo scientifico, vagheggiando un pericolo immaginario.

Che il pericolo sia immaginario è evidente anche dal fatto che, nel 2006, l’anno in cui Gianni de Gennaro istituì la Squadra Antisette (il cui consulente principale è un’associazione cattolica guidata da un sacerdote esorcista), nel Rapporto annuale del Ministero degli Interni sullo stato della criminalità in Italia non compariva alcun accenno al pericolo “sette”. L’unico accenno al settarismo è riferito al caso di un certo numero di cittadini nigeriani che aveva messo in piedi un’associazione a delinquere nella quale le donne venivano minacciate, abusate, ricattate e terrorizzate anche con l’uso di riti magici, per costringerle  a prostituirsi. Un caso che, con ogni evidenza, non ha nulla a che fare con le “sette” di cui abbiamo sentito parlare nelle interviste di Raffaella Pusceddu negli uffici della SAS.

A proposito di questa unità di polizia, da diversi anni attendiamo una risposta alle raccomandazioni presentate all’OSCE nel 2013 e alle interrogazioni parlamentari di alcuni deputati e senatori, poiché della SAS non si conoscono ancora le finalità, i costi e i risultati conseguiti. Non si è ancora compreso, infatti, perché sia necessario spendere risorse dello Stato per contrastare un fenomeno che non ha, in sé, nulla a che fare con il crimine e che non si può neanche identificare con certezza, poiché non esiste nessuna definizione di “setta”, uno stigma attribuibile a qualsiasi gruppo.

In quanto, poi, alla prospettiva antisettaria, che è l’asse portante della trasmissione, si tratta di un fenomeno oggetto di studio da parte dei sociologi fin dagli anni ottanta, denominato “resistenza alle sette”. Uno di loro, Richardson, ha coniato l’espressione emblematica di “cultofobia”, per indicare quella paura irragionevole e infondata delle “sette”, provocata dalla propaganda antisettaria. Dell’azione di questi gruppi in Italia e in altri Paesi si parla da decenni e sono note e gravi le discriminazioni causate dall’etichettamento di minoranze religiose e spirituali come sette, in violazione sia delle Costituzioni dei rispettivi Paesi che della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo.

Solo per fare un esempio, Massimo Introvigne, sociologo e Direttore del CESNUR, il 18 Novembre 2016 al Convegno internazionale, indetto annualmente dall’American Academy of Religion (AAR), ha presentato una relazione dal titolo: The Fear of the Occult and Politics. (Paura dell’occulto e politica), nella quale ha illustrato il caso italiano. In Italia gruppi antisette, SAS, giornalisti (come Pitrelli e Del Vecchio intervistati nel corso della trasmissione) ed esponenti della chiesa cattolica (tra cui esorcisti noti) in collaborazione o indipendentemente l’uno dall’altro, orchestrano da decenni campagne per suscitare paure infondate (perfino della festa di Halloween), inventare sette inesistenti, disegnare complotti fantasiosi sulle infiltrazioni delle sette nelle istituzioni e perseguitare, diffamare e criminalizzare in vari modi chiunque si permetta di contestare la loro propaganda (3).

L’incapsulamento

Tornando al versante scientifico, nel corso della trasmissione è stato citato, da un intervistato, il fenomeno dell’“incapsulamento” che si verificherebbe nelle sette. Il telespettatore, a digiuno di nozioni specifiche, vede in questa “parola” la riprova del fatto che le sette imprigionano le persone psicologicamente. In realtà l’“incapsulamento”, nell’accezione di chi ha studiato il fenomeno e sa di cosa parla, avviene in tutti gli ambienti. Greil e Rudy (4) hanno studiato il processo d’incapsulamento, un termine utilizzato per la prima volta da Lofland (5), che lo riteneva molto importante per comprendere il processo di conversione: tutti i gruppi religiosi, infatti, tendono a creare e stabilizzare un contesto sociale proprio, all’interno del quale, credenze, azioni ed esperienze assumono un significato e un valore particolare.

Greil e Rudy (4) riferiscono il processo di “incapsulamento” alle organizzazioni che chiamano “Identity Transformation Organizations” (ITOs), tra le quali includono anche i NMR. Le strategie per incapsulare il neofita, e il grado in cui viene isolato dal resto della società, giocano un ruolo cruciale nel processo di conversione. Tuttavia, come afferma Rambo (6), che, insieme ad altri studiosi ha elaborato un’importante teoria sulla conversione religiosa (7), anche se queste strategie sembrano avere solo valenze negative, in realtà vengono utilizzate, in qualche misura, da chiunque voglia insegnare qualcosa di nuovo a qualcun altro, perfino nel rapporto insegnante-alunno: "Se per cambiare le persone è necessario controllare il flusso delle informazioni, la questione non è se le persone usano l’incapsulamento, ma come lo usano, cioè in che misura e che tipo di incapsulamento viene utilizzato".

La valutazione psicologica del tipo d’incapsulamento utilizzato da un gruppo è un processo complesso che deve tener conto di molte variabili. Gli studiosi che hanno realizzato ricerche sul campo non si permetterebbero mai di arrivare a conclusioni definitive e assolute sul fatto che Damanhur o i Testimoni di Geova o la Soka Gakkai sono delle “sette” e usano una forma di incapsulamento coercitivo. Questo è, invece, il “dogma” stabilito nella trasmissione di Iacona, a cui bisogna credere “per fede”.

Libertà religiosa? Meglio non parlarne o parlarne male

Il tema della libertà religiosa è comparso nella trasmissione come una meteora che in un baleno è scomparsa dalla vista del telespettatore: pochissimi minuti sono stati dedicati a intervistare persone con opinioni diverse rispetto alla tesi dominante. Purtroppo, si è trattato per lo più di interventi del tutto risibili e strumentali, se non controproducenti. Le domande faziose sul tema importante della difesa della libertà religiosa e le brevissime risposte, nel contesto del programma, hanno solo gettato discredito su chi ha risposto e anche su chi non è stato intervistato, ma fa parte di quel vasto mondo di attivisti che con serietà e competenza si impegna per difendere i diritti delle minoranze religiose e spirituali etichettate e discriminate.

Nei giorni scorsi esponenti di alcune di queste si sono rivolte a LIREC per manifestare la loro indignazione di fronte all’impostazione faziosa della trasmissione: ne è emerso un panorama veramente desolante di promesse non mantenute e accordi disattesi tra la giornalista, che ha ottenuto il permesso  di  entrare nelle sedi: i dirigenti che, fidandosi delle “promesse” avevano acconsentito, hanno poi visto quelle riprese “confezionate” in un contesto finalizzato a denigrare le loro comunità e non certo a fare informazione.

La conclusione di Iacona, in cui loda le strategie messe in atto dal governo francese per “combattere le sette”, come se fosse un esempio da seguire per l’Italia, è pienamente in sintonia con lo squallore dell’intera trasmissione. La Francia viene segnalata da decenni all’OSCE per le violazioni dei diritti delle minoranze religiose e spirituali, è stata denunciata da numerose ONG e da studiosi di tutto il mondo per la sua legislazione liberticida contro gruppi religiosi del tutto innocui. E’ stata ripetutamente condannata dalla CEDU, ed è stata anche sconfitta, quando ha cercato di esportare il suo modello negli altri Paesi. Qualche anno fa, infatti, un deputato antisette francese ha cercato di far approvare al Consiglio d’Europa una Raccomandazione al fine di “difendere i minori nelle sette” che violava i più elementari diritti dei genitori a educare i propri figli.

Ignorando tutto questo, e sulla base di informazioni false o parziali che ha ricevuto, che la sua redazione non ha né vagliato né approfondito, Iacona, concludendo la trasmissione, ha indicato questa Francia come un possibile modello per l’Italia.

La posizione del Centro Studi LIREC

Concludendo questa recensione della trasmissione “Io ci credo”, vogliamo precisare che non è nostra intenzione negare il fatto che all’interno di gruppi religiosi e spirituali si verifichino abusi e talvolta anche dei reati. Non è questo il punto: ciò che rifiutiamo è che gruppi specifici siano stigmatizzati come “sette” e identificati come “criminali”. Noi affermiamo che non ci sono gruppi religiosi o non religiosi al di sopra della legge e che quest’ultima deve essere rispettata da tutti senza alcuna distinzione, non ci devono essere zone franche, ma neanche ghetti, perché le une e gli altri producono violenza ed emarginazione.

Sappiamo, inoltre, che scelte personali, motivate dalla fede religiosa, possono entrare in contrasto con le leggi degli Stati, che difendono i diritti dei singoli, e non minimizziamo queste realtà. Ci sono gruppi cristiani che non prestano le cure mediche ai loro membri perché ritengono che Dio guarisca solo attraverso la fede. Questa credenza ha causato la morte di molti bambini negli Stati Uniti e altrove e ha suscitato un ampio dibattito che seguiamo, così come appoggiamo la campagna di coloro che chiedono agli Stati di proteggere i minori dai loro genitori se questi ultimi non prestano loro le cure mediche.

Condividiamo l’opera informativa seria ed equilibrata di chiunque intenda prevenire truffe perpetrate da persone che si presentano come leader religiosi al solo fine di ottenere vantaggi economici. Siamo consapevoli di quanta sofferenza possa generare la divisione di una famiglia causata dai motivi più diversi, tra i quali anche conflitti legati alle convinzioni religiose. Riteniamo, tuttavia, che in questa trasmissione le sofferenze delle persone siano state usate per raggiungere un fine propagandistico: i problemi e le sofferenze riportate dagli ex membri, una volta esternati in trasmissione, non interesseranno più nessuno, perché, in quel contesto, il fine era usare quelle esperienze e non aiutare o, meglio, prevenire che altri debbano soffrire per vicende analoghe.

Noi siamo convinti che le deviazioni possano verificarsi in qualsiasi aggregazione religiosa, maggioritaria e minoritaria, e che l’unico approccio utile al fenomeno sia la prevenzione, attraverso l’educazione dei giovani all’esercizio del senso critico, la conoscenza dei movimenti spirituali e religiosi con i quali vengono a contatto, delle loro dottrine e prassi, delle loro tecniche di proselitismo, quando esistono, in una prospettiva che non sia discriminatoria, ma aperta e rispettosa della libertà dell’individuo di compiere le sue scelte anche quando queste sono diverse da quelle della maggioranza. La finalità principale del nostro Centro Studi è proprio quella di promuovere la conoscenza il più possibile obiettiva, da una parte, e la difesa delle libertà fondamentali dall’altra.

Riteniamo che questa dovrebbe essere la funzione anche del servizio pubblico svolto dalla RAI e siamo indignati da quello che abbiamo visto nella trasmissione “Io ci credo” di Iacona: un ente dello Stato ha diffuso un’informazione totalmente distorta su minoranze religiose e spirituali del tutto pacifiche, osservanti delle leggi e integrate nel tessuto sociale e, cosa ancora più grave, ha sostenuto la campagna antisettaria per reintrodurre nel nostro codice penale la legge fascista che puniva il “plagio”, già abolita dalla Corte Costituzionale.

Se è vero che “al peggio non c’è mai fine”, sarà davvero difficile che qualcun altro alla RAI possa fare peggio di così.


 BIBLIOGRAFIA

1.     Becker H.S. (1987), Outsiders. Saggi di sociologia della devianza, Torino, Edizioni Gruppo Abele.

2.     Hood R.W. Jr., Hill P.C. e Spilka B. (2009), The Psychology of Religion. An empirical approach, New York, The Guilford Press.

Hood R.W. Jr., Hill P.C. e Williamson W.P. (2009), Psicologia del fondamentalismo religioso, Milano, Carlo Amore.

Hood R.W. Jr., Spilka B., Hunsberger B. e Gorsuch R. (2001), Psicologia della religione. Prospettive psicosociali ed empiriche, Torino, Centro Scientifico Editore.

3.      http://www.cesnur.org/2016/mi_fear_occult.pdf

4.     Greil A.L. e Rudy D.R. (1984b), Social cocoons: Encapsulation and identity transformation organizations, «Sociological Inquiry», vol. 54, n. 3, pp. 260-278.

5.     Lofland J. (1978), Becoming a World-Saver Revisited, in J.T. Richardson (a cura di),  Conversion Careers, Beverly Hills, Sage, pp. 10-23.

6.     Rambo L.R. (1993), Understanding religious conversion, New Haven, Yale University Press.

7.     Rambo L.R. (1999), Theories of conversion: understanding religious change, «Social Compass», vol. 46, n. 3, pp. 259-271.

            Rambo L.R. e Bauman S.C. (2012), Psychology of Conversion and Spiritual Transformation, «Pastoral Psychology», vol. 61 n. 5-6, pp. 879-894.

            Rambo L.R. e Farhadian C.E. (2014), Introduction, in Idem (a cura di), The Oxford Handbook on Religious Conversion, Oxford, Oxford University Press, pp. 1-22.

           Rambo L.R. e Farhadian C.E. (a cura di) (2014), The Oxford Handbook on Religious Conversion, Oxford, Oxford University Press.

           Rambo L.R. e Haar Farris M.S. (2012), Psychology of Religion: Toward a Multidisciplinary Paradigm, «Pastoral Psychology», vol. 61, n. 5, pp. 711-720.